I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Info

Maiora premunt

Due parole per dedicarci già da subito a qualcosa di totalmente altro


Maiora premunt

Così come in tante altre, anche nella nostra Comunità parrocchiale ci sono cose più urgenti da fare rispetto al solito tran-tran, al consuetudinario, lodevole, ma ormai scontato percorso comunitario.

Rifuggendo qualsiasi tentazione di narcisistica novità, non si tratta di abbandonare i cammini di fede sin qui proposti; semmai, al contrario, intuire come, nell’atto di scrutare gli orizzonti possibili a questo viaggio, nel futuro prossimo delle nostre Parrocchie vi sia un’urgente bisogno di mettere “pensiero e mano” a nuovi stili di essere e di realizzare la Chiesa del Terzo millennio.

Siamo un po’ razionalmente onesti: pensare il già pensato, vivere il da sempre vissuto e riproporre il riproposto fino ad oggi – quasi che nella prassi pastorale della Chiesa si trattasse solo di un reiterare il “copia & incolla” dal passato al futuro –, è estremamente pericoloso. A lungo andare, se proprio proprio non ce ne siamo ancora accorti, diventa autodistruttivo il lasciarsi gradualmente vincere dalla tentazione dell’immobilismo e del fissismo pastorale.

Quest’ultima malaugurata situazione, senza alcuna esitazione, giustifica un'altra locuzione latina, estremamente cruda ma vera: ”Beati monoculi in terra cæcorum”, così traducibile, “Beati coloro che nel paese dei ciechi hanno almeno un solo occhio”, cioè riescono a vedere qualcosa là dove molte cose ai più, alla maggioranza, risultano essere confuse o intellegibili.

La frequentazione orante dello Spirito santo offre a tutti e, in eguale misura, a ciascuno la possibilità di un occhio in più, per poter essere abili a scrutare in modo libero e incondizionato l’orizzonte del futuro cammino della propria Chiesa. Per un dono pienamente divino, ognuno è reso idoneo ad intercettare, uno dopo l’altro, quei possibili sentieri e percorsi di senso e di Vangelo pur trovandosi nel bel mezzo dell’attuale, arruffato e affaticante, groviglio pastorale.

Un tempo per pensare ad altro, è questo di cui c’è urgente bisogno; un tempo per rivolgersi esistenzialmente ad altro: a un mistero immensamente più grande; a una ritrovata capacità di vivere emozioni ricolorate di positività; e, infine, a un’intimità spirituale troppo spesso depauperata della sua originalità, purtroppo a vantaggio di una globalizzata e talvolta precettata esperienza di Chiesa.

Il tutto, un po’ come dire, nel titanico coraggio di sapere ritrovare un tempo opportuno per ringraziare lo Spirito santo per i suoi suggerimenti di diversità, di dissonanza, di discrepanza, rispetto ad un assuefatto indistinto, monotono, massificato modo di approcciarsi al Vangelo e, di conseguenza, alla persona stessa di Gesù.

“Urgono cose maggiori, più importanti” certo, proprio quando un po’ tutti ci ritroviamo, nostro malgrado, ad essere molto presi da mille incombenze o da impegni ed occupazioni anacronistiche, rispetto all’incedere impellente di una valanga di domande esistenziali di senso. Si tratta, invece, di mettere mano a questioni pastorali molto più importanti e urgenti, di particolare rilevanza per la sopravvivenza del Deposito della fede nel territorio là dove si sforzano di resistere le nostre Comunità parrocchiali; questioni che impongono di dovere interrompere in tempi abbastanza brevi tutte quelle occupazioni di dubbia appartenenza al Vangelo.

“Maiora premunt”, certo, “urgono cose maggiori, più importanti”. Tuttavia, intuendo che non ci troveremo per nulla d’accordo su che cosa sia da ritenersi urgente, che cosa sia più importante rispetto ad altro, ecco allora l’urgenza delle urgenze: capire di che cosa stiamo parlando, condividere l'elenco di ciò che ci manca sul serio per essere abili a discernere oggi i "segni dei tempi". Un accorgimento, quest'ultimo, di strategia condivisa sul modo di operare, sul rilancio delle capacità riflessive ed ecclesiali di tutti gli addetti ai lavori, giusto per non essere ritratti da Raffaello nel suo capolavoro "La Scuola di Atene" non più con la bellezza dei nostri volti, ma nella caricatura fumettistica delle nostre maschere.



Commenti

Messaggio!

Non ci sono commenti

Lascia un commento