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Dio e l’uomo parlano tra loro con parole e gesti, per raccontarsi l’un l’altro quanto palpita dentro di loro e per costruire ponti di comunione. Nella regola dell’ascolto avviene l’arte dell’incontro tra menti e cuori di mondi infiniti.

Quando le stagioni della vita personale sono attraversate da Dio ha inizio la festa della terra con il cielo. Celebrare è questione di fede, quando ciascuno rende gloria per la bellezza dell’altro: l’uomo a Dio e Dio all’uomo.

La fedeltà a Dio e all’uomo si gioca nella capacità di servire entrambi per amore. Nel gesto del servire sono le parole e il sorriso a rivelare la verità dei cuori e, ancor di più, l’amore senza limiti per la gioia e per la vita degli altri.

L'uomo, il vetro e la luce

Cinque consigli per trovare un Padre Spirituale


Luomo, il vetro e la luce

Articolo a cura di fr. Pietro Zauli
Tratto da osservatoredomenicano.it del 11/2016

Non esiste il self made man nella vita spirituale (non c’è in quella biologica, figuriamoci in quella spirituale): un vecchio abate cistercense diceva: “Chi incomincia a servire Dio deve anzitutto sottomettersi alle direttive di un saggio precettore. Chi mai infatti si pone per una via sconosciuta senza una guida?” [Card. Giovanni Bona, Manductio ad coelum II, I]”.

Con Dio non c’è fare, ma solo lasciarsi fare: nel momento in cui l’uomo pensa di dare qualcosa a Dio non ha capito niente. “Ma come! A Dio bisogna dare tutto!” Sì, ma scusa, tu il tuo tutto dove lo hai preso? “Eh, me lo ha dato Dio”. E allora? Ciò che ci dà Gli rendiamo, sicché Dio si dona all’uomo (incarnazione), perché l’uomo, divinizzato, ritorni a Dio (ascensione). Il punto focale della vita spirituale, quindi, non è dare qualcosa a Dio, ma lasciarsi attraversare da Dio.

Dio è luce e l’uomo è come vetro: la luce attraversa il vetro, ma se il vetro è opaco la luce non passa. Se uno si ponesse dal punto di vista del vetro, non vedrebbe la sua opacità, al massimo potrebbe scorgere di proiettare un’ombra. Ma perché colga l’opacità in quanto tale, e quindi la causa dell’ombra, ci vuole qualcuno che provi a guardargli attraverso. Questo è il padre spirituale: un uomo capace di guardarti attraverso e vedere la luce nonostante tutto. Dove non vede lo splendore, lucida perché la luce trapassi: del resto il fine spirituale dell’uomo rispetto a Dio è lo stesso fine del vetro rispetto al Sole. Il vetro, quando è buono, non si vede, solo la luce traspare: essi sono realmente distinti, ma la vista non è più capace di distinguerli. San Paolo diceva tutto questo con una sola frase: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20).

Abbiamo detto che Dio è Luce, l’uomo è come vetro e il padre spirituale è quell’uomo che si prende cura del vetro per renderlo terso come cielo. Questo è fondamentale, perché per trovare un padre spirituale bisogna riconoscerlo e per riconoscerlo bisogna sapere chi sia. Ora, come si trova e riconosce una tale figura?

  1. La preghiera: Il padre spirituale è un dono di Dio, la sua efficacia è un dono di Dio. Senza la luce non vi è neppure chi lucida. È la Luce che illumina e spinge un uomo a divenire padre spirituale, perché possa divenire collaboratore della Luce. Questo implica che la ricerca inizia chiedendo alla Luce
  2. Il luogo: Dove trovarlo? Il luogo ideale è quello in cui le nostre opacità sono più manifeste: la confessione. È vero, il sacramento agisce come una luce capace di bruciare ogni opacità, di purificarci: esso toglie l’opacità, ma non toglie l’abitudine del vetro ad opacizzarsi, ad impedire la luce. Qui inizia l’ascesi e qui entra il ruolo il padre spirituale.
  3. Il desiderio di santità: Può accadere che con un padre spirituale non si condividano tutte le idee, questo non è un problema. Ciò che tuttavia necessariamente bisogna condividere è il fondamentale desiderio di santità, la tensione all’auto-trasparenza della luce.
  4. La liberazione: Questo concetto si articola su due momenti. Il primo, la liberazione si presenta come liberazione del perdono ed è piuttosto immediata da comprendere. Si coglie quando un sacerdote toglie l’opacità e ci restituisce il gusto del perdono. Viene tolta l’opacità e la persona si sentirà lieve, libera in due modi: da tutto ciò che sarebbe dovuta essere e non è riuscita ad essere; libera da quello che è stata, lontana da quanto sarebbe veramente. Libera ovviamente per essere pienamente se stessa, pienamente trasparente alla Luce.
    Ed ecco la seconda liberazione, ossia la
    liberazione dell’educazione: un padre spirituale non deve sostituirsi alla libertà della persona, deve liberarla; non prende decisione per la persona, ma aiuta la persona a prendere le proprie decisioni. Cosa significa? Ebbene il padre spirituale educa la coscienza ad educarsi: egli sa che non sarà sempre con la persona che educa, tantomeno quando questa dovrà prendere decisioni importanti o vincere le proprie tentazioni, tuttavia prepara la persona alle sue scelte, fornendole tutti i mezzi che le permettono di raggiungere il bene.
  5. La rivelazione: per togliere l’opacità il padre spirituale ci deve guardare attraverso. Non si ferma all’opacità, la vede, scruta il difetto, per vedervi attraverso. In questo sguardo la persona si conosce e si sente compresa, ma non giudicata: si sente rivelata a se stessa, ma in una rivelazione che è trasfigurazione. Il padre spirituale, infatti, edifica: non solo il figlio spirituale scopre meglio ciò che è e il punto in cui si trova rispetto a Dio, ma riscopre la grazia che opera in lui. La vera rivelazione di una filiazione spirituale non è quella di sentirsi deboli o forti, ma forti nelle proprie debolezze, forti di Cristo.


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