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Dio e l’uomo parlano tra loro con parole e gesti, per raccontarsi l’un l’altro quanto palpita dentro di loro e per costruire ponti di comunione. Nella regola dell’ascolto avviene l’arte dell’incontro tra menti e cuori di mondi infiniti.

Quando le stagioni della vita personale sono attraversate da Dio ha inizio la festa della terra con il cielo. Celebrare è questione di fede, quando ciascuno rende gloria per la bellezza dell’altro: l’uomo a Dio e Dio all’uomo.

La fedeltà a Dio e all’uomo si gioca nella capacità di servire entrambi per amore. Nel gesto del servire sono le parole e il sorriso a rivelare la verità dei cuori e, ancor di più, l’amore senza limiti per la gioia e per la vita degli altri.

Introduzione


TRE PORTE, TRE CHIAVI E UN MONDO DA ABITARE

 

Sono molti i modi per entrare in contatto e per conoscere ciò che accade ogni giorno in una Parrocchia. Il modo qui scelto di raccontare la vita in corso della nostra Comunità parrocchia, grazie alla messa online di questo sito rinnovato, vuole essere il tentativo un po’ originale di accompagnare il visitatore alla scoperta dell’opera compiuta in questi ultimi anni dallo Spirito santo in noi e in mezzo a noi, nella convinzione che la stessa rigenerazione spirituale è possibile che accada anche in chi decide di incamminarsi insieme a noi per i sentieri del Vangelo.


Ammettere per premettere

Non avendo a che fare con una Parrocchia, la nostra, al di fuori della comunione della Chiesa, fin da subito è importante affermare il valore e la necessità di riconoscere in ciascuno dei suoi fedeli la bellezza del suo alimentarsi da solo, e tutti insieme, alla duplice radice della Sacra Scrittura e della Tradizione della Chiesa, esperienze queste che devono essere e restare le sorgenti comuni e condivise in ogni forma ed esperienza di Comunità cristiana.

Che si trovi al centro o alla periferia dell'attenzione diocesana, per quanto si possa colorare nel tempo della sua originalità locale, anche per la vita della nostra Comunità parrocchiale le radici della Sacra Scrittura e della Tradizione Apostolica restano sempre le stesse, quelle comuni a tutte le altre parrocchie della Cristianità; radici condivise con tutte le altre parrocchie del mondo, quelle che, al di là di tutta la nostra originalità, sempre devono essere rispettate da tutti.

Nell’atto di presentare online lo stile e la vita della nostra Parrocchia c'è stata la scelta di usare una metafora, triplice nel numero, che più di ogni altra spiegazione aiuterà chi ci visita e chi ci frequenta a capire la forza creativa e propulsiva della vita di questa Comunità, la persona di Gesù, ed è la triplice metafora della porta, della chiave e di un mondo da abitare oggi con fede e in modo coraggioso.


Le porte sono tre

Da che mondo è mondo, ogni casa ha una sua porta d’ingresso, uno spazio di entrata e di uscita da transitare a velocità diverse, in un senso e/o nell’altro, in un momento e/o in un altro tempo della propria storia personale.

Alla luce delle scelte di fede che si vogliono fare, si entra e si esce da una porta con responsabilità, come il risultato di una volontà che si concretizzerà oltre la soglia o che, al di fuori della porta, è finalmente giunta alla meta del suo viaggio.

Anche Dio usa lo strumento della porta per varcare gli spazi e i tempi della storia delle persone da lui cercate, da lui incontrate. Rispettosamente e delicatamente, egli bussa alla porta della vita di ogni uomo e di ogni donna e, ricevuto il permesso di entrare, entra in relazione amicale con le persone di ogni popolo e cultura cui essi appartengano.

Nei racconti evangeli abbiamo appreso come nella persona e nella storia di Gesù di Nazareth Dio ha deciso un bel mattino di varcare la soglia dell’umanità, per entrare in contatto e in relazione permanente con essa. All'interno di questo desiderio divino di relazione Gesù si presenta come la porta da varcare in un senso e nell’altro, nel senso di Dio verso l’umanità e nel senso delle singole persone verso Dio. Per questo motivo Gesù invita i suoi amici, coloro che lo seguono con consapevole coraggio, a seguirlo ancora più da vicino, intimamente oltre quella soglia.

Per tutti i fratelli e le sorelle di una Comunità cristiana l’avventura del Vangelo è uno scegliere di varcare la soglia degli spazi e dei tempi di Dio, al di là dello scontato di ogni giorno e di ogni storia di relazione interpersonale che nasce, cresce e muore al di qua dell'Infinito. Per questo motivo ai suoi amici Gesù chiede un atteggiamento di sequela attivo, mai passivo, poiché egli propone quel qualcosa di totalmente speciale che la singola persona deve decidere nel suo cuore e nella sua mente se abbracciare o meno, abbracciando con gioia il cammino del suo discepolato.

Senza preclusione alcuna, Gesù di Nazareth, il Risorto della storia, non smette di invitare chiunque lo incontri all’interno del suo vissuto personale a credere e a vivere il Vangelo della gioia in modo vivace e operoso; e alcuni verbi, scelti all’interno della grammatica della vita, chiariscono bene che cosa ciascuno debba essere e fare per riconoscersi oggi suo discepolo, testimone dell’amore vissuto nella sequela del Figlio di Dio.


Verbi come chiavi per aprire l’Oltre

A mio giudizio sono cinque i verbi da abitare con tutto se stessi, per entrare in contatto e in relazione con il mondo di Dio; quel mondo fatto anche di umano, che nella vita della Chiesa a noi è offerto di percorrere e di trasfigurare in modo preferenziale: ascoltare, conoscere, seguire, celebrare e servire.

Tra questi cinque verbi ecclesiali ne scegliamo tre – ascoltare, celebrare e servire –, usandoli come verbi-chiavi, per aprire e per oltrepassare tre precise porte del nostro modo di essere oggi la Comunità dei discepoli e delle discepole del Risorto. Tre verbi, tre chiavi che aprano a loro volta tre porte, per meglio scoprire come ascoltare la parola di Dio; per capire come celebrare l’amore trinitario di Dio per noi e in noi; e, infine, per scegliere come assumere l'atteggiamento giusto del servizio da rendere con amore a lui e per lui ai fratelli e alle sorelle a noi affidati.

Una domanda sorge spontanea: chi è proprietario esclusivo di queste chiavi? Altrettanto veloce è la risposta: tutti, ogni discepolo del Signore, e in particolare ciascun cercatore dell'amore di Dio.

Pur riconoscendo alla Chiesa la capacità materna di saper insegnare ai suoi figli e alle sue figlie il modo giusto e corretto di usare le porte e le chiavi della propria Comunità cristiana di riferimento e di appartenenza, anche la persona più lontana dalla Chiesa ha il diritto di impugnare la maniglia di una di queste porte, e provare, almeno per una volta nella vita, a girare la chiave ed entrare là dove tutto si vive e si accoglie alla luce della volontà innamorata di Dio.

La magia di queste chiavi, se così si può dire, è anche invito esplicito al valore della responsabilità. Ciascuno è responsabile del suo percorso di vita, delle porte che apre e delle porte che chiude, delle relazioni in entrata e in uscita; responsabile di quanto trasporto e di quanta passione è capace di vivere e metterci nella ricerca di Dio oppure, purtroppo, responsabile del suo freddo allontanamento e rifiuto dalle realtà del Cielo.

Senza sciupare nulla di quanto potrebbe essere possibile, la responsabilità sta appunto nel decidere se impugnare o meno la maniglia di queste tre porte, se praticare i verbi dell’ascoltare, del celebrare e del servire come i verbi-chiave da usare per aprire le porte di un mondo, quello di Dio, tutto da esplorare in avanti.

Per chi è già incamminato lungo la via della sua fede, per chi ha compreso la responsabilità di ciascuna chiave, questo fratello, questa sorella ha intuito il potere liberalizzante contenuto in ciascuna chiave. Ciò che si ascolta, quello che si celebra, quello che si fa per il bene delle altre persone ha dentro di sé la forza di liberare se stessi e le altre persone da qualsiasi angusto e buio spazio di vita.

Non solo, ma incredibilmente la forza della comunione all’interno della stessa Comunità parrocchiale è il primo risultato ottenuto insieme grazie all’uso condiviso delle medesime chiavi. Condividere l’ascoltare, condividere il celebrare e condividere il servire, appunto, costruiscono comunione, fraternità, spirito e vita di Chiesa. Al tempo stesso, da parte della Comunità dei credenti, la frequentazione assidua di questi verbi, diventa occasione e invito rivolto a ogni persona, affinché tutti coloro che nella loro vita sono alla ricerca dell’amore di Dio siano da esso attratti e, grazie alla luce della testimonianza di chi già abita la casa di Dio, la Chiesa, si decidano in cuor loro a muovere i primi passi della fede e dell’amore, al fine di raggiungere la meta condivisa dello spartire e dell’abitare l’eredità degli spazi infiniti del Cielo.


Non turisti, ma cittadini nel mondo di Dio

Che cosa ci permettono di aprire queste tre chiavi? A cosa ci introducono queste tre porte? Oltre ciascuna porta esiste realmente la felicità della propria vita? Uscire da questo mondo è il risultato di una fatica d’illusione, di fuga, di rifugio infantile e deresponsabilizzante in un luogo di fantasia, la fede, oppure nell’oltre dei nostri piedi c’è l’esperienza di una familiarità con Dio tutta da costruire con fiducia e con amore?

Alla luce delle scelte della propria vita, colorate ogni istante dalla bellezza della fede, è facile rispondere: porte e chiavi ci pongono di fronte al mondo di Dio, scoperto, incontrato, conosciuto, sperimentato, amato, grazie alla vita della propria Comunità parrocchiale, grazie all’amore della Chiesa tutta intera.

Vissuti in modo attivo e non passivo, declinati sia al singolare sia al plurale, utilizzati nella forma dell’infinto per sottolineare l’infinto delle misure (quanti?, chi?, come?, dove?, cosa?), i tre verbi-chiave – ascoltare, celebrare e servire – ci prendono per mano e ci conducono lungo la strada della ricerca della verità del nostro cuore e del nostro modo di concepire il mondo in cui viviamo e il mondo a cui sentiamo di essere attratti, quello di Dio.

La volontà – anch’essa vissuta in modo attivo e non passivo, sia al singolare, sia al plurale – deve essere quella dell’amore, cioè della nostra risposta generosa alla forza attrattiva e liberalizzante dello stesso amore di Dio per l’umanità.

Per chi crede alle parole del Vangelo, il mondo di Dio è il mondo da cui si proviene tutti; il suo mondo è il mondo a cui desideriamo fare ritorno in molti, partendo dal profondo di noi stessi, respiro dopo respiro, lacrima dopo lacrima, sorriso dopo sorriso…

Tutto quello che abita la nostra vita, bene e male, tutto cerca la via del ritorno al pensiero e all’atto di amore primitivo ed originario di Dio. E questo innato anelito all’Infinito non è solo questione di chi ha abbracciato la scelta della fede in Dio. Anche chi è ancora lontano dalla fede, anche chi dubita o nega volutamente l’esistenza di un Assoluto divino, addirittura, anche chi vive un percorso di fede diverso da quello proposto da Gesù di Nazareth, la sapienza della Chiesa ci ricorda e ci insegna che ogni uomo e ogni donna, in quanto persona e con le colorazioni del proprio essere umano, nell’atto di cercare la sua identità profonda di essere vivente, scopre ed ammette che il suo esistere proviene da una realtà più grande della sua persona, riconosce un misterioso e profondo anelito all’oltre del suo esistere, tende fin dall’intimo della sua identità di figlio e di figlia dell’umanità ad entrare nell’Infinito di Dio, non come turista, bensì come cittadino a pieno diritto della felicità.

 

Un’idea per concludere?

Più che un’idea, una convinzione, profonda, caparbia, a volte decisamente controcorrente, quella della necessità di rimettere al centro del nostro modo di accostarci, frequentare e abitare la Chiesa, la persona Gesù.

A queste parole molti potrebbero arricciare il naso, smorfiare la bocca; comunque dimostrare anche verbalmente il fastidio provato di fronte a questa spavalda affermazione, come a dire: “Che scoperta del fico! Si sa che in Parrocchia si parla solo di Gesù!”.

E allora da dove nasce questa convinzione? Ciascuno è pur sempre libero di esprimere il proprio pensiero. Eppure, ammettiamolo una buona volta, di Gesù ci siamo fatti – e ci facciamo tutt’oggi – interpreti esclusivi; di lui ci sentiamo gestori in entrata e in uscita; ancor di più, di lui ci sentiamo un po’ “padroni” e quante cose, quante situazioni, quanti stili di vita del nostro modo di essere oggi la Comunità dei suoi discepoli non hanno poi molto a che vedere con la purezza del Vangelo, con l’originaria esperienza proposta dal Nazzareno.

Per quanto siamo un po’ tutti affaccendati nel ritrovare il bandolo della matassa, nel nostro modo di fare Chiesa ci siamo appesantiti di sovrastrutture; portiamo il peso di precedenti vissuti ecclesiali, che a fatica abbiamo il coraggio di seppellire nei cimiteri della Storia; ci siamo addirittura impantanati nella palude delle consuetudini, dei “si è sempre fatto così”, dei farisaici “non è opportuno dire e fare questo”… e così, via via, ci siamo allontanati ancora di più dalla frequentazione a pelle del Vangelo. Che fare, allora? Nulla, nulla di eclatante, molto invece coi piedi per terra!

Senza giudicare oltre le nostre fragilità, il nostro ritrovarci come Chiesa in stato di minoranza di consensi, ci spinge a riconoscere piuttosto che ogni giorno tutti corriamo il rischio, e molti di noi purtroppo già ci sono rimasti sotto, di rendere pesante, scostante, difficile da comprendere e da vivere il messaggio dell’Evangelo. A livello socio-culturale, il nostro impegno urgente di intercettare i molteplici linguaggi usati dalla generazione in corso e, senza paura, riformulare il nostro linguaggio, non certo i contenuti immutabili della fede in Gesù, è questione di fedeltà alla rivelazione di Dio!

Dai, ammettiamolo che il messaggio proposto dal Vangelo non è difficile nel suo linguaggio, nel suo contenuto, anzi è proprio affascinante! Semmai è il nostro modo obsoleto di presentarlo e di spiegarlo che lo rende a molti problematico nell’accostamento e nella sua comprensione. Quando noi ci rivestiamo di un linguaggio arduo, nelle parole e nei contenuti, per alcuni ritenuto addirittura astruso, quanto mai infantile per altri, non facilitiamo certo il nostro essere collaboratori all’opera salvifica di Gesù. Purtroppo, così facendo, ci rendiamo noi stessi responsabili di porte, quelle di Dio, rimaste chiuse e di chiavi, quelle che aprono alla salvezza sacramentale, inutilizzate da molti.

Bando ad ogni sforzo apologetico, cioè a una difesa ad oltranza della fede, utile solo quando esiste un serio e serrato confronto-scontro su posizioni religiose diverse, oggi abbiamo a che fare con persone che giocano la loro vita oltre il limite del Cristianesimo, in una dimensione esistenziale che non tiene conto del dato religioso innato in esse, proprio perché non conosciuto o rifiutato in conseguenza di preconcette e ideologiche posizioni.

L’atteggiamento corretto, quello su cui ogni Comunità parrocchiale si deve giocare la faccia, è quello dell’annuncio evangelico di Gesù, ricamato sul tessuto di equilibrate relazioni interpersonali, iniziando con quelli di casa, con le persone a noi vicine, nei luoghi di frequentazione quotidiana, là dove è più difficile essere quello che si desidera essere, discepoli di Gesù. Tutto si gioca nel coraggio di credere con tutto se stessi nella forza del Vangelo e dello Spirito, inventandosi creativamente un annuncio di salvezza portato avanti in silenzio, con fatti evangelici, con una speranza in cuore tutta da spiegare al momento opportuno. Con il rispetto dovuto per la loro parabola oggi in forte discesa, le parate di un tempo, a mo’ di esercito della salvezza, non hanno più senso e diritto di azione nella Chiesa. Il nuovo nella Chiesa avanza semmai secondo la logica del piccolo seme, senza clamore, senza applausi da fare in modo precettato all’ultimo relatore, smettendo di credere al rosario di eventi che, ingarbugliati tra loro, non creano altro che allucinogeni illusioni di scelte di fede.

Nel piccolo seme, contenuto nel Vangelo e alimentato dallo Spirito, la logica è decisamente diversa: tutto si gioca nella frequentazione a pelle della fiducia di Dio in noi e della nostra fiducia nelle potenzialità degli altri, prima di tutto dei peccatori, del loro desiderio e della loro forza di riscatto dal male.

Ecco perché, come Comunità parrocchiale non vogliamo insegnare nulla a nessuno, ci mancherebbe altro, ma al tempo stesso non ci lasciamo imbambolare dagli allucinati del momento. Semmai desideriamo prenderci la santa ed evangelica libertà di sperimentare, a mo’ di pionieri, nuovi accenni di sentiero dentro l’umano, senza pregiudiziale alcuna, senza preconcette paure di chissà quali manifestazioni del male presente nell’umano. Del resto Gesù stesso un giorno affermò: «L'uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore» (Lc 6,45).

Senza attardarci oltre, in prolungati discorsi, il nostro viaggio di Comunità parrocchiale parte proprio da qui, dalla pelle della vita delle persone, cercando dentro il loro vissuto il seme del Bene, gustando, cioè, la gioia di inoltrarsi dentro di esse nell’incanto di mondi interiori in cui il bene del cuore e della mente è già presente. Esso attende solo di essere messo in connessione con il Bene creativo e redentivo di Dio.

E la “magia del Vangelo” è fatta: una moltitudine di persone che si avvia alla sequela di Gesù, porta dell’amore del Padre, condividendo le chiavi della gioia, della fraternità e della serenità, per non sentirsi più soli nel mondo, nella Chiesa e nella propria vita.