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Dio e l’uomo parlano tra loro con parole e gesti, per raccontarsi l’un l’altro quanto palpita dentro di loro e per costruire ponti di comunione. Nella regola dell’ascolto avviene l’arte dell’incontro tra menti e cuori di mondi infiniti.

Quando le stagioni della vita personale sono attraversate da Dio ha inizio la festa della terra con il cielo. Celebrare è questione di fede, quando ciascuno rende gloria per la bellezza dell’altro: l’uomo a Dio e Dio all’uomo.

La fedeltà a Dio e all’uomo si gioca nella capacità di servire entrambi per amore. Nel gesto del servire sono le parole e il sorriso a rivelare la verità dei cuori e, ancor di più, l’amore senza limiti per la gioia e per la vita degli altri.

Il nostro Vangelo è un flusso di vita

Di passaggio per Lucrezia Mons. Valerio Lazzeri, vescovo di Lugano.


Il nostro Vangelo è un flusso di vita

Il vescovo Valerio Lazzeri, attinente di Dongio, è nato nel 1963. Il 4 novembre 2013 papa Francesco lo nomina vescovo di Lugano. Conseguita la licenza in teologia all’Università di Friborgo, nel 1989 è ordinato presbitero da mons. Eugenio Corecco. Prosegue poi gli studi al Pontificio Istituto di Spiritualità «Teresianum» di Roma, dove consegue il dottorato in teologia spirituale. Già vicerettore al Collegio Papio di Ascona (1991-1993), dal 1993 al 1999 è in Vaticano, quale addetto di segreteria della Congregazione per l’educazione cattolica. Docente di teologia spirituale presso la Facoltà teologica di Lugano, è nominato canonico di San Lorenzo nel 2010 e direttore spirituale del Seminario diocesano San Carlo.
Facciamo la sua conoscenza grazie a questa breve intervista tratta dal mensile Cooperazione.

Articolo a cura di Redazione
Tratto da coop.ch del 04/2014

Cooperazione: La sua consacrazione episcopale è stata densa di commozione. A quattro mesi di distanza, prevale invece già la burocrazia legata al suo ruolo?
Valerio Lazzeri: Credo che non necessariamente l’istituzione porti a spegnere l’emozione. In ciascuno dei molti incontri finora avuti con la comunità, infatti, mi sono lasciato prendere volentieri dalle esperienze dei singoli. E, facendolo, ho visto rinnovarsi questo «dono» che rappresenta un ottimo antidoto al grigiore del quotidiano.

«Che Dio vi perdoni», ha detto papa Francesco, con ironia, ai cardinali che l’avevano appena eletto. Lei, invece, come ha accolto la scelta del pontefice caduta sulla sua persona?
È stata un’accettazione serena. Basata sia sulla consapevolezza dei miei limiti, sia sul profondo desiderio di aderire alla chiamata del Signore. Non enfatizzerei l’idea di una «terribile croce» da mettersi sulle spalle. È un servizio complesso e gravoso, certo. Ma, alla fine, non siamo noi ad avere l’ultima parola sulle cose.

La sua presenza «massmediatica», agli occhi della gente, è parsa meno marcata rispetto alle abitudini del suo predecessore. È a causa dei molti carichi generati dal recente insediamento o per via di un carattere più timido?
Fino all’estate sarò impegnato a conoscere persone, associazioni, gruppi, movimenti e situazioni della realtà diocesana. La riflessione richiede tempo. Il sabato e la domenica li trascorro sempre nelle parrocchie, per esempio per le cresime o le feste patronali. È poi altrettanto vero che io e il vescovo emerito Pier Giacomo Grampa possediamo caratteri diversi. Ma non ho un «programma di presenza». Quello del vescovo è un lavoro di artigianato: si aggiusta il tiro a poco a poco.

Lei si è definito un «apprendista» con, davanti a sé, un quarto di secolo di episcopato. Quali sono gli obiettivi concreti?
Il punto d’insistenza principale sta in quella che mi piace chiamare «concentrazione pastorale sull’essenziale». Al di là delle variegate sensibilità, come cristiani dovremmo riscoprire ciò che ci unisce, ovvero Gesù Cristo. Tutto il resto è secondario. Stimolare questo processo con strategie artificiose, però, mi sembra un po’ pericoloso: se accolto, il nucleo del messaggio cristiano sa entrare nei cuori con una spiazzante semplicità.

Focalizziamoci sui fedeli. La vera urgenza della Chiesa, a suo giudizio, è di preoccuparsi per la tristezza, la disperazione e il dolore della gente…
Incontrando persone dal cuore affamato e assetato, Gesù era preso alle viscere, racconta il Vangelo. Anche se, magari, l’altro non riusciva nemmeno a formulare e a esprimere il suo disagio. Quando sono diventato prete, mi sono subito sentito in sintonia con tale visione.

A proposito di sintonia: come si rapporta con la disarmonia che talvolta contraddistingue il clero ticinese?
L’essere in sintonia non significa né perfetta uniformità né assenza di confronto. La diversità fa parte della vita, nella Chiesa e al di fuori di essa. Già l’esistenza di quattro Vangeli, per certi versi non sovrapponibili, mostra differenti approcci al mistero di Gesù. La varietà di culture del mio clero non mi spaventa. Ammetto però che c’è parecchio da lavorare per apprendere a camminare insieme nella diversità.

In seno alle comunità locali, centinaia di laici forniscono il proprio contributo. In alcuni casi, purtroppo, sentendosi abbandonati a sé stessi. Come rimediare?
Un punto che merita di essere consolidato sta nell’aumentare la consapevolezza, da parte loro, dell’importanza dell’impegno da essi profuso. La Chiesa riesce a essere presente nei luoghi più discosti proprio grazie a essi. Loro ne sono parte integrante, al pari dei sacerdoti.

La soluzione alla carenza di parroci passa da qui?
No. La riscoperta della fede, per correttezza, va sganciata dalla problematica diminuzione dei celebranti, per la quale non vi sono bacchette magiche. Altrimenti si rischia di creare confusione. Il fatto è che il Vangelo non è un’ideologia, ma un flusso di vita. E passa attraverso relazioni vive. Gesù insegnava stando tra la folla: senza discepoli, sarebbe rimasto isolato e inascoltato.

Intanto, si sta progettando la sostituzione dei suoi più stretti collaboratori, la cui età media supera oggi gli 80 anni. Qual è la tabella di marcia?
In giugno sarò in grado di rendere pubblici i cambiamenti che intendo eseguire e che diverranno effettivi da settembre, all’avvio del nuovo anno pastorale. È mio desiderio fare sì che l’avvicendamento si svolga nella maniera più naturale possibile.

Eccellenza, di fronte a questi impegni, non rischia mai di essere fagocitato dai compiti amministrativi?
No, tutto sta nel guardarli dalla giusta prospettiva.

Vale a dire?
Rammento a me stesso, di frequente, che dietro alle carte stanno le persone. Lo stesso avveniva quando operavo in Vaticano. Inoltre, il mio essere vescovo lo sperimento soprattutto nei «faccia a faccia», là dove ho l’opportunità d’interagire con le comunità. Quando ascolto, mi sforzo sempre di capire cosa il Signore mi sta dicendo attraverso l’interlocutore. Occorre impegno, ma ne deriva una profonda gioia.

L’ascolto della Chiesa è passato, di recente, attraverso la consultazione sulla pastorale matrimoniale, familiare e sulla vita di coppia. I risultati hanno evidenziato – citiamo – «incomprensione e rifiuto della dottrina ufficiale» da parte dei cattolici svizzeri. Il suo commento?
Gli spunti offerti su tematiche quali coppie divorziate e sessualità (dalla contraccezione all’omosessualità) sono degni di attenzione e, di sicuro, saranno materia di discussione durante il sinodo dei vescovi che si svolgerà in ottobre a Roma. Chiedo solo ai fedeli di comprendere che in altri continenti la sensibilità e la morale possono essere molto diverse: non possiamo imporre quelle europee.

Lei, comunque, come si pone?
La Chiesa non ha mai voluto escludere nessuno. È sempre stata severa sui principi ma comprensiva e accogliente sul piano pastorale. Bisogna tuttavia domandarsi come veicolare, oggi, la «buona notizia» di Gesù anche in materia di matrimonio, famiglia e sessualità. L’aspetto cruciale non è l’elaborazione di procedure tecniche immediate, bensì come fare risuonare e rendere udibile il Vangelo nella vita umana in tutti i suoi aspetti.

A suo avviso, quali tratti di papa Francesco (che si è mostrato misericordioso su ogni fronte) hanno colpito il mondo intero?
Il Santo Padre ha offerto spazio al dolore dell’altro. Come suggerisce la Scrittura: prima di comunicare la parola di Dio, Gesù si lasciava toccare dalle sofferenze della gente. Francesco riprende questo stile. L’affetto dimostratogli, anche in Ticino, non mi stupisce e mi rallegra.

La Pasqua, giorno di gioia, è vicina. Per alcuni lettori, però, le difficoltà non spariranno. Quale messaggio indirizzare loro?
Come la resurrezione di Gesù non cancella i segni delle sue ferite, la Pasqua non elimina né mette a tacere l’esperienza del dolore. Il figlio di Dio si spinge oltre: ci lascia intravedere una speranza persino dove non vi è più la libertà di modificare la situazione. La sofferenza che diventa luogo di libertà e di amore è il grande dono della Pasqua.

LINK
http://www.cooperazione.ch/_Il+vangelo+e+un+flusso+di+vita_#tab_1



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