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Dio e l’uomo parlano tra loro con parole e gesti, per raccontarsi l’un l’altro quanto palpita dentro di loro e per costruire ponti di comunione. Nella regola dell’ascolto avviene l’arte dell’incontro tra menti e cuori di mondi infiniti.

Quando le stagioni della vita personale sono attraversate da Dio ha inizio la festa della terra con il cielo. Celebrare è questione di fede, quando ciascuno rende gloria per la bellezza dell’altro: l’uomo a Dio e Dio all’uomo.

La fedeltà a Dio e all’uomo si gioca nella capacità di servire entrambi per amore. Nel gesto del servire sono le parole e il sorriso a rivelare la verità dei cuori e, ancor di più, l’amore senza limiti per la gioia e per la vita degli altri.

I figli del futuro

Cosa le biotecnologie faranno di noi


I figli del futuro

articolo a cura di Silvia Vegetti Finzi
tratto da osservatoreromano.va del 03/2017

Prima di tratteggiare i mutamenti che le biotecnologie della procreazione potranno provocare in futuro, vorrei, per quanto possibile, sottrarre il termine “sessualità” all’ovvietà della consuetudine.

Freud ci offre in proposito un modello interpretativo molto potente quando in Introduzione al narcisismo scrive: «L’individuo conduce effettivamente una doppia vita, come fine a se stesso e come anello di una catena di cui è strumento, contro o comunque indipendentemente dal suo volere. Egli considera la sessualità come uno dei suoi propri fini; ma, da un altro punto di vista, egli stesso non è che un’appendice del suo plasma germinale a disposizione del quale pone le proprie forze in cambio di un premio di piacere. Egli è veicolo mortale di una sostanza virtualmente immortale. La differenziazione tra pulsioni sessuali e pulsioni dell’Io non farebbe altro che riflettere questa duplice funzione dell’individuo».

Su questo scenario, al tempo stesso naturale e sociale, esplodono, nella seconda metà del secolo scorso, due avvenimenti destinati a cambiare la nostra antropologia, ma di cui non abbiamo ancora valutato appieno le conseguenze. Dagli anni settanta, con la diffusione dei dispositivi contraccettivi, la sessualità si distacca dalla procreazione. Dagli anni ottanta, tramite le tecniche di fecondazione artificiale, la procreazione si disgiunge dalla sessualità.

La prima parte del chiasma produce conseguenze ormai riconosciute e accettate ma che predispongono quelle successive, ancora non completamente esplorate.Il prolungato esercizio di una sessualità infeconda, sottratta al rischio di gravidanze indesiderate, rende superflui i controlli sociali, esercitati soprattutto sulla sessualità femminile. Per gli adolescenti la “prima volta” diventa una faccenda privata, talora estemporanea e casuale, spesso priva di investimento affettivo e di narrazione. La ricerca di un figlio, preceduta da anni di sterilità indotta, e rinviata a «data da destinarsi», incrementa la sterilità e, di conseguenza, il ricorso alla procreazione medicalmente assistita.

I rapporti sessuali diventano sempre di più una forma di comunicazione reciproca e di rinforzo affettivo. L’esercizio di una sessualità infeconda, ludica e relazionale, tende a prolungarsi per tutta la vita, magari con l’ausilio di appositi farmaci. Il piacere sessuale, fine a se stesso, sollecita la ricerca del godimento (plus de jouir), inteso come superamento del limite, eccesso, dismisura. Nel frattempo i rapporti omosessuali, venendo meno la distinzione indotta dalla fecondità, vengono progressivamente equiparati a quelli eterosessuali, con conseguente caduta della condanna sociale: l’omosessualità non è più né una colpa né una malattia.

Quanto alla seconda parte del chiasma: lo sganciamento della procreazione dalla sessualità risulta molto più eversivo del precedente perché, permettendo la fecondazione extracorporea consente, non solo di evitare il rapporto sessuale, ma di manipolare l’intero processo. Interventi di fecondazione in vitro, ottenuta assemblando in laboratorio gameti (ovuli e spermatozoi), e ricorrendo, ove il caso, al sussidio di una gestante estranea alla coppia, scompongo e ricompongono l’itinerario generativo, moltiplicandone gli attori. È ora possibile, ad esempio, avere tre madri: genetica, fisiologica e sociale, due padri o un solo genitore sociale, essendo cancellato l’apporto femminile.

La possibilità di degradare la maternità a mero strumento riproduttivo, come accade per la gestazione surrogata, ipocritamente considerata un dono, mi sembra la conseguenza più grave della seconda disgiunzione. Non solo umilia la donna ma priva il nuovo nato di una gestazione umana, dove lo scambio madre-figlio è non solo organico, ma anche cognitivo e affettivo; rinvio in proposito al mio ultimo libro: L’ospite più atteso. Vivere e rivivere le emozioni della maternità (Torino, Einaudi, 2017, pagine 130, euro 12). Il frammentarsi delle relazioni coniugali e genitoriali comporta il tramonto della famiglia monogamica, l’eclisse dell’austera monarchia matrimoniale e il diffondersi di famiglie “arcobaleno”, variamente composte e ricomposte. Che ne è allora del conflitto edipico, definito da Freud l’architrave dell’inconscio? Impossibile decretarne la sparizione in quanto i tempi della psiche sono molto più lenti e lunghi di quelli sociali, ma di sicuro assistiamo a un indebolimento destinato a investire, prima o poi, l’intera società. In questo momento coesistono spinte disgregative e aggregative, il desiderio di definire nuovi rapporti privati e la nostalgia per quelli tradizionali. Rimane poi da chiarire in che cosa consista il «benessere dei bambini», evocato da recenti decisioni giudiziarie, spesso definito in modo contraddittorio, in base a principi astratti e schieramenti ideologici.Il Diritto, frammentato in singole, particolari sentenze, insegue le situazioni di fatto, avalla l’esistente, cerca di riparare precedenti errori, incapace di governare mutamenti mentali e sociali che procedono in modo inarrestabile. Difficile, se non impossibile, stabilire norme e fissare limiti a situazioni fluide, spesso legalizzate da giurisdizioni nazionali differenti, talora contraddittorie.

Appellarsi al desiderio di filiazione e all’amore per giustificare i mutamenti delle relazioni genitoriali, sottovaluta la fragilità dei sentimenti, la precarietà delle passioni, la plasticità delle emozioni. Il desiderio è tale solo se coniugato con la responsabilità verso se stessi e verso gli altri, altrimenti si configura come una forma di arbitrio. La richiesta di nuovi diritti, talora legittimi, esprime e conferma una personalità narcisista, volta alla realizzazione di sé, delle proprie potenzialità, incapace di attendere, insofferente dei limiti e delle mediazioni.

Questa figura costituisce l’esito, secondo Cacciari, della fine della borghesia di stampo ottocentesco. L’etica della moderazione, della misura, del giusto mezzo, rappresentata dal ceto medio, sarebbe stata travolta dal capitalismo assoluto, da forme di potere anonimo, avido e incondizionato, come quello esercitato dal capitale finanziario.

Nel contempo, infranti gli stampi della tradizione, si aprono inedite possibilità di autorappresentazione. È ora possibile, come mai in precedenza, tracciare un proprio percorso di vita e disegnare la propria identità. Come prevedeva Gramsci, ognuno dovrà diventare «l’intellettuale di se stesso».

Nella tarda modernità si offre, all’individuo solo e spaventato, una mitopoietica del sé che si esprime nella conformazione del corpo, nella libera affermazione della propria sessualità, nell’allacciare e slacciare rapporti affettivi, coniugali e genitoriali, spesso in cerca di legittimazione.

Tornando al rapporto che intercorre tra sessualità e procreazione, sempre più affidato a dispositivi che procedono in modo autonomo, senza preoccuparsi delle conseguenze, dobbiamo chiederci, come osserva Galimberti, «non che cosa possiamo fare delle biotecnologie, ma che cosa le biotecnologie faranno di noi».

Come rilevavo negli anni novanta, scrivendo Il bambino della notte (Oscar Mondadori, 1990), esiste una segreta sintonia tra il progresso tecnico-scientifico e l’immaginario inconscio, sì che i fantasmi della notte trovano un braccio temporale nelle realizzazioni del giorno. Basta confrontare l’immaginario collettivo antico, come quello rappresentato dai miti, dai riti, dal teatro greco, con le nuove tecniche di filiazione, per rilevarne la corrispondenza. Innanzitutto troviamo nell’inconscio individuale e culturale il desiderio di generare da sé, indipendentemente dal rapporto sessuale. Il figlio partenogenetico, tutto e soltanto proprio, si ritrova tanto nelle fantasie femminili quanto in quelle maschili. Come rileva Lacan, condividere con un partner il progetto generativo risulta umiliante per l’egocentrica onnipotenza dell’inconscio. Molto meglio, realizzare la supplica che esprime Euripide nell’Ippolito: «O Zeus, perché hai messo alla luce e imposto agli uomini la donna, questo fraudolento malanno? Se era nel tuo intento propagare il genere umano, non era necessario farlo attraverso le donne. Gli uomini avrebbero dovuto semplicemente, depositando nei templi una somma in oro o in bronzo o in ferro, comprare la generazione dei propri figli a seconda del valore della propria offerta, e così avrebbero avuto le loro case libere dalle donne». Ora il “mercato dei bambini” vagheggiato da Euripide sta diventando realtà se è vero, come sostengono molti scienziati, che è prossima la realizzazione di una incubatrice che consente di condurre a termine una gravidanza extracorporea utilizzando gameti conservati nelle banche del seme. Oppure ricorrendo alla clonazione, già sperimentata nel 2003 sulla pecora Dolly.

A quel punto sarà difficile sottrarre il bambino, ridotto a prodotto industriale, alla logica del mercato, evitare il ricorso, previsto dal biologo francese Jacques Testart, a una ingegneria genetica capace di realizzare il figlio perfetto, progettato secondo i canoni dell’estetica dei consumi ove prevalgono, almeno per ora, come mostrano i componenti della famiglia Trump, le bambole Barbie e Big Jim. Ma chi mai accetterà di mettere al mondo un figlio imperfetto in una società di cittadini perfetti, ove alla bellezza si può affiancare una straordinaria intelligenza, estratta dal Dna di geni e premi Nobel?Per fortuna, almeno per ora, questi fantasiosi innesti sembrano falliti. Il figlio del narcisismo sarà comunque a rischio di omologazione, anche se non mancheranno i tentativi di personalizzarlo, come avviene ora con i vasetti della Nutella.Tornando a Freud, l’estrema oggettivazione della generazione umana sembra affidare la filiazione alla corrente anonima e impersonale della “continuazione della specie”. Ma non sarà così perché rimane, prepotente e vivo, il desiderio di proseguire nella genealogia il tempo individuale che ci è dato sulla terra.

Scrive Plinio il Vecchio nella Storia naturale: «È la solita vanità umana che si proietta anche nel futuro e inventa per sé un vita che si prolunghi anche nel tempo della morte. Gli dei, la metempsicosi, la sacralità dei defunti sono invenzioni e sogni puerili dei mortali, bramosi di non finire mai».

Ciò che potrebbe venir meno, nel mondo del figlio personalizzato come un abito su misura, è la coppia genitoriale, il due che precede il tre. Quando al «figlio di famiglia» si sostituisce il figlio di chi lo considera tale, ogni alleanza parentale diventa superflua e la famiglia tradizionale si riduce a un residuo storico.La decostruzione, che investe le forme sociali nel terzo millennio, merita comunque di essere interrogata. «La disgregazione — scrive infatti Karl Schlöger — è il momento della disillusione, dunque del chiarimento. È lì che si intravvedono le forze da cui potrà nascere il nuovo». (Viaggio nello spirito delle città, Bruno Mondadori, 2011).

Se per Marx «l’uomo è un prodotto sociale» il figlio che appartiene a chi lo considera tale, senza alcun vincolo che non sia quello istituito dal desiderio, sarà una figura nuova sulla scena del mondo.Per la prima volta, nella storia dell’umanità, sembrano presentarsi le condizioni che le utopie sociali hanno sempre richiesto per la loro realizzazione: l’abolizione della famiglia, il venir meno dei vincoli di consanguineità e di parentela, la fine del divieto dell’incesto.Sinora non conosciamo una società organizzata che escluda l’appartenenza alla famiglia e i rapporti di parentela. Eppure le utopie immaginate da Platone, Tommaso Moro, Campanella, Francesco Bacone, Rousseau e, più recentemente, Deleuze e Guattari, prevedono la fine della famiglia come condizione necessaria all’instaurazione di un nuovo ordine. Ma quale nuovo ordine?

A questo punto si pone il compito di prefigurare, sullo schermo vuoto di un mondo che svanisce, un futuro possibile e desiderabile. Con il rischio che le utopie si rivelino, per la connessione che intrattengono con l’economia onnipotente dell’inconscio, terribili distopie. Tuttavia è impossibile, di fronte alla tentazione dell’eccesso, della dismisura, eludere un interrogativo etico. Ma è difficile, dopo tante incontrollabili metamorfosi, dargli risposta se non con una forma di creatività, con un progetto capace di ricomporre le rovine del mondo inscrivendolo in una nuova narrazione. Come scrive Remo Bodei: «l’attitudine a riconoscere e distinguere i limiti è un’arte che va coltivata e praticata con cura, lasciandosi guidare, nello stesso tempo, dall’adeguata conoscenza delle specifiche situazioni, da un ponderato giudizio critico e da un vigile senso di responsabilità».

Per quanto concerne la procreazione, le donne risultano avvantaggiate dalla connessione che intrattengono con la natura, dalla consonanza dei bioritmi del corpo femminile e del cosmo, come mostrano gli influssi delle fasi lunari sulla fecondità e sui parti. Nonché dal compito, che hanno sinora svolto, di accogliere e crescere un bambino, un essere inerme che richiede una dedizione incondizionata e che non ha altri diritti se non quelli che noi adulti vorremo concedergli.

L’etica femminile che ha trovato, nella tarda modernità, maggiori consensi, è appunto, come propone Carol Gilligan in Con voce di donna (Feltrinelli, 1987) una morale fondata sulla capacità di resistere alle prevaricazioni, sulla reciprocità delle relazioni, la disponibilità ad accogliere e a prendersi cura dei più deboli e ad assumere, di fronte alle sfide del progresso, forme di responsabilità individuale e collettiva.

Ricordiamo, come scrive Adrienne Rich che: «Tutta la vita umana sul nostro pianeta nasce da donna. L’unica esperienza unificatrice, incontrovertibile, condivisa da tutti, uomini e donne, è il periodo trascorso a formarci nel grembo di una donna. Per tutta la vita e persino nella morte conserviamo l’impronta di quella esperienza».



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