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Dio e l’uomo parlano tra loro con parole e gesti, per raccontarsi l’un l’altro quanto palpita dentro di loro e per costruire ponti di comunione. Nella regola dell’ascolto avviene l’arte dell’incontro tra menti e cuori di mondi infiniti.

Quando le stagioni della vita personale sono attraversate da Dio ha inizio la festa della terra con il cielo. Celebrare è questione di fede, quando ciascuno rende gloria per la bellezza dell’altro: l’uomo a Dio e Dio all’uomo.

La fedeltà a Dio e all’uomo si gioca nella capacità di servire entrambi per amore. Nel gesto del servire sono le parole e il sorriso a rivelare la verità dei cuori e, ancor di più, l’amore senza limiti per la gioia e per la vita degli altri.

C'erano anche loro!

I personaggi minori della passione di Gesù


Cerano anche loro!

Articolo a cura di Francesco Occhetta
tratto da francescoocchetta.it del 04/2017

Quella della passione di Cristo è una storia paradigmatica. E’ capitata allora, ma si ripete in ogni tempo, anche oggi. Intorno a Lui che tace ruotano una serie di personaggi minori che parlano di noi e del ruolo che hanno giocato intorno alla passione in cui ha pagato per tutti il Giusto.

Il Vangelo di Marco al cap. 15, 16-20 racconta nei dettagli cosa è capitato. Anzitutto entrano in scena i soldati che “lo portarono via dentro al palazzo, ossia pretorio. E convocano tutto quanto il manipolo, e lo vestono di porpora, e gli cingono una corona di spine intrecciate, e cominciarono a salutarlo: Salve, o re dei giudei! E gli battevano il capo con una canna, e gli sputavano addosso, e, piegando le ginocchia, lo adoravano”.

Simone il Cireneo, si chiama come Simone Pietro che, secondo le sue pretese di poche ore prima, avrebbe dovuto essere qui a morire con lui (14,29.31).  Ma anche Pietro diventerà discepolo e seguirà Gesù quando, come questo Simone, sarà portato dove lui non vorrà (Gv 21,18s). Cireneo.  Viene da Cirene, in Africa. Dal suo nome, è stato scritto, “possiamo supporre che sia un ebreo emigrato in cerca di fortuna.  Ma non deve averne fatta molta, se è tornato a lavorare i campi, forse altrui.  Se fosse stato ricco, altri avrebbero lavorato per lui.  Scegliendo proprio lui per portare la croce, ovviamente i soldati hanno guardato in giro per vedere quale fosse il più sprovveduto”.  È il padre di Alessandro e Rufo.  Se Marco lo indica attraverso i suoi figli, significa che questi sono noti alla Chiesa di Roma, come pure sua moglie (cf Rm 16,13).

I passanti “lo bestemmiavano, muovendo il loro capo e dicendo: Veh! tu che distruggi il tempio e lo edifichi in tre giorni: salva te stesso e scendi dalla croce” (v.30). I sommi sacerdoti con gli scribi lo schernivano.

Le donne. Guardano da lontano la scena. Con loro il vangelo raggiunge il suo scopo: portare al confronto con Gesù morto, sepolto e risorto. Non fanno niente. Guardano. Si immergono nella realtà che hanno davanti.  Il far niente della contemplazione cambia il loro cuore: si svuotano di sé, riempiendolo di ciò che contempla.

Il Centurione. È l’unico interprete autentico della croce ma anche la persona meno adatta, che ha nessun titolo se non negativo – pagano, comandante del plotone di esecuzione, empio, giustiziere del giusto. Ma “stava lì davanti a lui”.  Marco vuol portarci a questo faccia a faccia col Crocifisso, nei panni del centurione che lo crocifigge. Il confronto è con la morte di Gesù, e con questa sua morte interiore, lo porta a conoscere il Cristo: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”.  Tolto ogni segreto, il Centurione ci aiuta a capire per la prima volta chi è Gesù e chi è Dio.

Giuseppe d’Arimatea, nobile consigliere che faceva parte del sinedrio che l’ha giudicato. Era una persona che cercava il Regno di Dio e si ritrova tra le braccia il corpo di Cristo.

E tutti intorno al crocifisso.



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